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Category Archives: Progetti

La volta armata

“Quello non fu uno sciopero normale come tanti prima di allora, era stata rivolta…”

Da anni l’associazione Tratti Documentari percorre il territorio del Sulcis Iglesiente, per ascoltare e conoscere le storie della gente di miniera. Sono testimonianze di lotta, amore, rabbia, scelte, dignità, appartenenza.
Raccogliendo l’invito di Altitudini.it a raccontare “qualcosa che ha che fare con l’errore, con la rivendicazione della libertà al livello più alto, la libertà di sbagliare”, non abbiamo avuto dubbi su quale storia proporre: l’esplosiva occupazione della miniera di San Giovanni a Iglesias.

“Eravamo circondati, da non so quante forze di polizia, ma proprio circondati e temevamo che tentassero di farci venire fuori a forza, ancora oggi posso dire in tutta tranquillità che non ci sarebbero riusciti.”

A cura di Tratti Documentari
Voci e memorie di Manlio Massole e Silvestro Papinuto
Musica: Difondo

Il tema del concorso “Liberi di sbagliare” è tratto dal celebre racconto “Ferro” di Primo Levi in cui l’autore descrive l’esperienza vissuta in montagna con Sandro Delmastro come “la carne dell’orso”.

– E per scendere?
– Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga.
Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il poco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna, sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. […] Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come ce la eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità.
Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Questa storia partecipa al Blogger Contest.2017

Esodo 126

Visto da una carrozza il mondo si muove con grazia, tra il dentro e il fuori non c’è un muro, c’è invece il tempo di fermarsi ad ascoltare. La carovana è un inesauribile gomitolo che svolge il suo filo per unire le isole umane di un arcipelago Mi piace pensare alla Sardegna come il laboratorio di un modo di vivere alternativo: vite da “resistenti”, con una predisposizione al moto continuo, alla migrazione. Quella dei sardi, in partenza e di ritorno, ma anche quella dei migranti che giungono ora in Sardegna dopo peripezie assurde e mortali. Voglio associare le storie di questi migranti a quelle di Carlos e Erwin fuggiti dal loro Cile, ma anche a quella di sardi andati via alla ricerca di lavoro e prospettive – come Anacleto, diventato legionario per non fare il minatore – e a volte tornati, magari nella generazione successiva. Il viaggio è il luogo naturale per gli incontri e per la riflessione scaturita da esperienze molto diverse tra loro. Nei paesaggi di un territorio sfruttato e abbandonato a se stesso, in contrasto con le atmosfere magiche che la natura riesce ancora a creare, l’isola porta con sé le tracce degli esodi che l’hanno attraversata. Anche del mio. Da quando ho lasciato la Sardegna, più di vent’anni fa, nella mia vita si alternano ciclicamente avvicinamenti prudenti e distacchi improvvisi dall’isola. La sua attrazione fatale sembra pari solo alla necessità di andarmene via. Ogni volta che torno la scopro un po’ più a fondo, sempre più a modo mio, con l’illusione di capire un giorno da dove vengo.

Giuseppe Casu

Una produzione Sitpuntocom, Tratti Documentari, Fabbrica del Cinema, Bottega Miller, ISRE.

Link:
www.esodo126.it
pagina fb esodo126
Carovana Balacaval

IsReal

Felici di essere stati ospiti della prima edizione di ISREAL Festival di cinema del reale
Nuoro 6-10 aprile 2016

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Il presagio del ragno

Recensione di Sara Galignano per Cinemaitaliano.info

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Il presagio del ragno” è un poema in bianco e nero: lirico e narrativo insieme.

Con costanza e dedizione, il regista Giuseppe Casu segue per una stagione (febbraio-luglio) i lavori di allestimento di una tonnara fino all’epilogo che prevede la pesca dei tonni rossi nel mare di Sardegna.

Grazie a una notevole qualità artistica ed empatica dello sguardo, la visione del documentario consente un’immersione quasi fisica nella ritualità legata al millenario mestiere del tonnarolo (continuamente a “rischio estinzione”), dove distanza e prossimità dell’obiettivo si alternano continuamente. L’inquadratura a volte si restringe su singoli gesti del lavoro (una mano, un pennello, poche maglie di una catena); in altre occasioni si allarga al gruppo, e in questi casi l’intensità del ritmo e il coordinamento dei movimenti conferiscono alle immagini una componente quasi teatrale (quando si tratta delle operazioni di rilascio di palloni, ancore e reti dirette dal “rais”, ma soprattutto quando il gesto ritmato e indimenticabile di decine di mani che allacciano i nodi delle reti riempie gli occhi con l’incedere di una danza).
Ed è come se fossimo quasi lì con loro, nascosti dietro ai numerosi oggetti che il regista sovente mette in primo piano, costruendo così una profondità di sguardo che si allinea su diverse prospettive, una delle quali è la nostra. Così entriamo in gioco.

Visto il contesto quasi atemporale della narrazione (che vuole suggerire la continuità di un ruolo più della sua attualità) la scelta del bianco e nero non stupisce (anche se – o forse soprattutto – raggiunta dal regista lavorando per sottrazione dal colore): dal bianco lattiginoso dei cieli iniziali, che avvolge i protagonisti in una dimensione che sembra lontana nel tempo (ma in parte anche nello spazio), alla stasi finale, dove la tonnara vuota e abbandonata viene cullata dall’immensa distesa marina, che nel grigiore diffuso trasmette un senso di abbandono e desolazione, di quiete dopo la tempesta, di tutto ciò che l’azzurro del mare non sarebbe stato in grado di evocare così bene.

Una riflessione a parte merita l’efficacissima colonna sonora: sempre opportuna, in grado di fare un passo indietro come di invadere lo schermo. In gran parte originale, con l’utilizzo di un’elettronica d’atmosfera dai suoni materici, a volte accompagnata da suoni gutturali che evocano i canti dei cori maschili sardi, lascia spazio alla radio in un momento centrale della narrazione, e ai rumori d’ambiente quando la necessità è dare un ritmo e un’intensità che solo la vita vera sa trasmettere. Perla assoluta la scelta sonora che accompagna il climax finale verso quella che dovrà essere la cattura dei tonni: come in un girone dantesco l’uomo diventa figura mitica e il rituale diventa un valore assoluto, tanto da rendere inutile la conclusione più scontata.

In ultimo, due parole sul titolo, che il regista stesso commenta come un’immagine che, sempre più persistente, si è insinuata nella sua mente nel rivedere le immagini durante il montaggio: il ragno (tessitore di reti) che ha il presagio (per definizione cattivo) di una rete vuota, di una pesca inutile, di una cattura impossibile.

09/10/2015
Sara Galignano

Il presagio del ragno

Un’idea, un’avventura, un pensiero, una fissazione, un’ossessione.
Nodi, barche, tonnarotti, sveglie molto, molto prima dell’alba.
Un capo assoluto, il Ràis. Una ciurma di 21 tonnarotti, un po’ uomini e un po’ pirati. Un lavoro da compiere.
Vento e sole, calma piatta e improvvise accelerazioni, fatiche e riposi.
Un lungo respiro, ascolto e profonda osservazione.

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Il presagio del ragno
regia Giuseppe Casu
montaggio Aline Hervé
suono Gianluca Stazi
fotografia Giuseppe Casu e Nanni Pintori
color correction Ercole Cosmi
musica Difondo e Iosonouncane
interpreti Il Ràis e i tonnarotti della Punta

una produzione Sitpuntocom e ISRE Istituto Etnografico della Sardegna
con il sostegno di Fondazione Sardegna Film Commission, Regione Autonoma della Sardegna, Fabbrica del Cinema – Carbonia, Celcam

produttore esecutivo Tratti Documentari

durata 65′
anno di produzione 2015

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Sinossi
Reti, zavorre, cavi e ancore. Sguardi, gesti, silenzi e risa. Attesa paziente e sforzo finale. Nel respiro di un tempo senza tempo…
Tra terra e mare un nucleo compatto di uomini configura la trama di un’avventura che perdura da sempre: la pesca del tonno rosso. Ultimi interpreti di una millenaria tradizione, radicalmente estranei alle dominanti procedure di cattura industriale di questa pregiata risorsa, dischiudono con i toni e i timbri del loro sapiente lavoro un intenso squarcio sulla relazione insidiosa tra locale e globale. Parlando la lingua trasparente di un’autentica sostenibilità a fronte del cieco avanzare di un disegno di sviluppo sempre più intollerabilmente iniquo.

La tonnara fissa
Un tempo la tonnara fissa era il principale sistema di
pesca del tonno rosso. La pesca in tonnara è stagionale: le operazioni, che durano in genere da febbraio a luglio, sono eseguite da un gruppo di uomini, i tonnarotti, guidati dal Ràis, capo assoluto e responsabile dell’andamento della stagione di pesca.
Evolutasi nel Mediterraneo a partire da più semplici sistemi di pesca, la tonnara è un’elaborata trappola (“isola”) fissata in mare aperto e collegata perpendicolarmente alla costa da una lunga rete (“coda”).
Tra maggio e giugno, i tonni rossi convergono verso il Golfo del Messico e il Mediterraneo, dove corrono lungo le acque tiepide delle coste per riprodursi. La “coda” intercetta una parte dei banchi e li convoglia verso l’”isola”: questa è la trappola vera e propria, una complessa costruzione di reti che formano una struttura rettangolare, divisa in grandi “camere” per catturare, controllare e dirigere i tonni verso la fase finale della pesca.
Al momento opportuno, il Ràis ordina il passaggio dei tonni da una camera alle successive, aprendo le reti mobili che le separano, le “porte”.
L’ultima è la camera della morte, l’unica dotata di una rete anche sul fondo. Sollevandola, i tonni vengono portati a galla e uccisi nella catarsi finale della pesca, la mattanza.
50 anni fa i sistemi di pesca industriale, basati sull’avvistamento col radar e la cattura dei banchi di tonni in alto mare, fanno la loro comparsa nel Mediterraneo e iniziano a depredare le ultime riserve mondiali di tonno rosso.

L’ICCAT è l’organizzazione intergovernativa nata negli anni ’60 dopo il collasso delle riserve di tonno rosso nelle coste del Brasile e nel Mare del Nord, per dar vita alla Convenzione Internazionale per la Conservazione del Tonno Rosso. L’ICCAT compila statistiche, analizza e pubblica i risultati sullo stato di salute della pesca del tonno rosso, pubblica le raccomandazioni scientifiche agli stati membri su come meglio gestire questa pesca.
Il problema che mina l’efficacia delle sue risoluzioni sta nella mancata affidabilità dei dati di cattura registrati da ogni stato membro, alla base di ogni considerazione scientifica conseguente. In primo luogo, in ragione della salute delle riserve mondiali di tonno rosso, l’ICCAT fissa annualmente la quantità mondiale massima tollerabile di cattura, assegnando a ogni paese membro la quantità totale ammissibile di cattura (TAC) a lui riservata. Ogni paese, sulla base delle proprie scelte politiche, suddivide il suo TAC tra i vari sistemi di pesca attivi, fino al dettaglio per ogni singolo operatore.
Nel 2015, il TAC riservato all’Italia è di 2.302,80 tonnellate e il governo italiano ha deciso di destinare al sistema tonnara fissa l’8,45% del TAC, contro 87,89% destinato ai sistemi di pesca industriale in alto mare: Palangaro e Circuizione. In Italia dunque le tonnare fisse ammesse a partecipare alla campagna di pesca 2015 sono tre: Isola Piana a Carloforte, Capo Altano e Porto Paglia a Portoscuso, Sardegna sud-occidentale. Nello stesso specchio d’acqua, tre tonnare per sole due ciurme, comandate dagli ultimi due ràis: Luigi ed Ettore, fratelli e figli d’arte.

tonn trapani

Note di regia
Tutto è partito dalla necessità di entrare in un mondo diverso dal mio, una dimensione diversa dalla mia, che procede con le sue regole e i suoi tempi. Avevo in mente le mattanze girate da Rossellini e da De Seta, pure icone. Mi chiedevo: cosa resta oggi delle tonnare? Mi ci sono tuffato dentro, senza difese, come un corpo estraneo, con un forte rischio di rigetto.
Sulla banchina, un portale dà su un grande piazzale lastricato di pietra vulcanica. Sull’angolo a sinistra brilla uno specchio appeso al muro, sopra un lavello oblungo, mi immagino pescatori barbuti che si rasano con la pipa in bocca… Da lì dietro esce un uomo dal fisico massiccio, occhiali da sole scuri, che avanza verso di me. E’ il rais, Luigi, mi offre una stretta di mano vigorosa e un sorriso sicuro di sé. Mi dice, con l’aria divertita: “Ma per caso sei animalista?”. Gli rispondo: “Diciamo piuttosto che sono… animale!”. Ride: “Noi siamo sempre qui, fino a luglio, vieni quando vuoi”.
In tonnara c’è solo il presente: il passato è rimosso, le tensioni verso il futuro abolite. Un mondo rude, sensazioni semplici e pungenti – caldo, spossatezza, pericolo, fame, paura – che mi ripuliscono. Alla fine resta il bianco e nero, regna la luce, i contrasti, i riflessi; l’inquadratura si fissa sui gesti del lavoro; le parole sono rare, quasi assenti. Un cinema primitivo, in qualche modo.
Nodi per cucire le reti tra loro, altri nodi per fissarle alla catena rugginosa destinata al fondo del mare. A terra, il suolo è cosparso di vecchie cime, maglie di catene, frammenti di cavi che si contorcono in vecchi nodi sfilacciati, souvenir delle passate stagioni in tonnara.
Nodi che misurano la velocità in mare, ma anche la velocità della vita in tonnara, rallentata dall’inerzia della natura, dal peso del presente che a volte rende le giornate interminabili.

Tonni
La mattanza di Rossellini e di De Seta non esiste più. I tonni catturati sono venduti vivi, trasferiti in una gabbia e trainati in acque lontane, nelle ranching farm, dove vengono ingrassati in cattività. Solo mesi dopo, saranno uccisi, congelati e spediti via aereo nell’est asiatico. Qui vengono battuti all’asta e consumati come cibo di lusso, a 10.000 kilometri di distanza da quelle popolazioni costiere dove sono stati catturati e di cui furono un tempo una fondamentale risorsa alimentare ed economica.

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info@tratti.org

Il presagio del ragno, un inizio…

Sulla banchina, un portale dà su un grande piazzale lastricato di pietra vulcanica. Sull’angolo a sinistra brilla uno specchio appeso al muro, sopra un lavello oblungo, mi immagino pescatori barbuti che si rasano con la pipa in bocca…
Da lì dietro esce un uomo dal fisico massiccio, occhiali da sole scuri, che avanza verso di me. E’ il rais, Luigi. Ha una stretta di mano vigorosa e un sorriso sicuro di sé, mi dice, con l’aria divertita: “Ma per caso sei animalista?”
e io rispondo: “Diciamo piuttosto che sono… animale!”
“Noi siamo sempre qui, fino a luglio, vieni quando vuoi”

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Link Progetto: Il presagio del ragno

Antonio Casu (1938-2012)

Allora, io sono figlio di un maniscalco, mio padre faceva il maniscalco, qui ad Oristano, proprio dove corre la Sartiglia. Io son nato proprio sotto il portico, abitavamo lì e mio padre lavorava lì.
Ero un bambino e vedevo sempre cavalli, i cavalli che ferrava mio padre, quelli della Sartiglia, questi cavalli grandi, che per me erano grandissimi… però mi sarebbe piaciuto avere il cavallino della Giara, che in Sardegna era quello che si vedeva di più, in quei tempi lì…
montavamo gli asinelli, però non era mai come il cavallino della Giara, e io… è sempre stato il mio sogno fare un qualcosa sul cavallino della Giara.
Guai prima a parlare di un giarino, sembrava… ne parlavano solo per il macello.
Invece qui, io piano piano son riuscito ad averne dai 20 ai 30, come ho attualmente.

Senza Ferro

Senza Ferro” un film di Giuseppe Casu
2009 – 52′ [DV – 8mm – super8]
Antonio, ormai 71enne, si dedica completamente alla vita della sua atipica scuderia: il Giara Club.
Qui da circa 30 anni realizza il suo sogno d’infanzia, far correre i bambini sui cavallini selvaggi della Giara. Ora rivive ogni giorno i successi e le delusioni di quando lui era cavaliere alla Sartiglia, la grande festa equestre di Oristano, mentre i giovani crescono e si responsabilizzano.
Ruotando intorno alla storia di Antonio, raccontata da lui stesso, viviamo dall’interno la vita quotidiana al Giara Club: la sua particolare forma di autogestione, le iniziazioni, gli allenamenti, i viaggi, in un intreccio continuo con la tradizione plurisecolare della Sartiglia.

senza-ferro-locandina

Con: Antonio Casu, Ignazio Nonnis, le ragazze e i ragazzi del Giara Club “Is Pariglias”

Regia: Giuseppe Casu
Fotografia: Giuseppe Casu e Adriano Mestichella
Montaggio: Andrea Ciacci
Suono: Gianluca Stazi
Musica: difondo
Consulenza scientifica: Roger Emmi

con il contributo di: Regione Autonoma della Sardegna, Provincia di Oristano.

Il film è stato selezionato per la XV Rassegna Internazionale di Film Etnografico di Nuoro.