Il piccolo cinema di Torino

Una sala nella periferia di Torino, fuori fa un freddo cane, ma dentro c’è il calore di un foltissimo gruppo: appassionati e studenti di cinema, registi aspiranti o ispirati, critici ancora acerbi o dal palato fine, montatori e fonici, operatori, donne e uomini pazzi per il grande schermo, soprattutto giovani e giovani dentro, informali e liberi.
Questo è il frizzante pubblico del Piccolo Cinema di Torino, a cui abbiamo l’onore di presentare “Il Presagio del Ragno“, martedì 6 dicembre alle 21:30.

http://www.ilpiccolocinema.net/il-presagio-del-ragno/

IsReal

Felici di essere stati ospiti della prima edizione di ISREAL Festival di cinema del reale
Nuoro 6-10 aprile 2016

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“Il presagio del ragno” a Carbonia

MEMORIE DAL FUTURO
Inaugurazione di EX-DI’ Memorie in movimento-La Fabbrica del Cinema.

DOMENICA 20 DICEMBRE
ore 18.00
c/o Cine-Teatro Centrale, piazza Roma

INCONTRO CON IL REGISTA GIUSEPPE CASU
Anteprima regionale
Il presagio del ragno” Italia 2015, b/n, 63’

Reti, zavorre, cavi e ancore. Sguardi, gesti, silenzi e risa. Attesa paziente e sforzo finale. Nel respiro di un tempo senza tempo…
Tra terra e mare un nucleo compatto di uomini configura la trama di un’avventura che perdura da sempre: la pesca del tonno rosso. Ultimi interpreti di una millenaria tradizione, radicalmente estranei alle dominanti procedure di cattura industriale di questa pregiata risorsa, dischiudono con i toni e i timbri del loro sapiente lavoro un intenso squarcio sulla relazione insidiosa tra locale e globale. Parlando la lingua trasparente di un’autentica sostenibilità a fronte del cieco avanzare di un disegno di sviluppo sempre più intollerabilmente iniquo.

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Il presagio del ragno

Recensione di Sara Galignano per Cinemaitaliano.info

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Il presagio del ragno” è un poema in bianco e nero: lirico e narrativo insieme.

Con costanza e dedizione, il regista Giuseppe Casu segue per una stagione (febbraio-luglio) i lavori di allestimento di una tonnara fino all’epilogo che prevede la pesca dei tonni rossi nel mare di Sardegna.

Grazie a una notevole qualità artistica ed empatica dello sguardo, la visione del documentario consente un’immersione quasi fisica nella ritualità legata al millenario mestiere del tonnarolo (continuamente a “rischio estinzione”), dove distanza e prossimità dell’obiettivo si alternano continuamente. L’inquadratura a volte si restringe su singoli gesti del lavoro (una mano, un pennello, poche maglie di una catena); in altre occasioni si allarga al gruppo, e in questi casi l’intensità del ritmo e il coordinamento dei movimenti conferiscono alle immagini una componente quasi teatrale (quando si tratta delle operazioni di rilascio di palloni, ancore e reti dirette dal “rais”, ma soprattutto quando il gesto ritmato e indimenticabile di decine di mani che allacciano i nodi delle reti riempie gli occhi con l’incedere di una danza).
Ed è come se fossimo quasi lì con loro, nascosti dietro ai numerosi oggetti che il regista sovente mette in primo piano, costruendo così una profondità di sguardo che si allinea su diverse prospettive, una delle quali è la nostra. Così entriamo in gioco.

Visto il contesto quasi atemporale della narrazione (che vuole suggerire la continuità di un ruolo più della sua attualità) la scelta del bianco e nero non stupisce (anche se – o forse soprattutto – raggiunta dal regista lavorando per sottrazione dal colore): dal bianco lattiginoso dei cieli iniziali, che avvolge i protagonisti in una dimensione che sembra lontana nel tempo (ma in parte anche nello spazio), alla stasi finale, dove la tonnara vuota e abbandonata viene cullata dall’immensa distesa marina, che nel grigiore diffuso trasmette un senso di abbandono e desolazione, di quiete dopo la tempesta, di tutto ciò che l’azzurro del mare non sarebbe stato in grado di evocare così bene.

Una riflessione a parte merita l’efficacissima colonna sonora: sempre opportuna, in grado di fare un passo indietro come di invadere lo schermo. In gran parte originale, con l’utilizzo di un’elettronica d’atmosfera dai suoni materici, a volte accompagnata da suoni gutturali che evocano i canti dei cori maschili sardi, lascia spazio alla radio in un momento centrale della narrazione, e ai rumori d’ambiente quando la necessità è dare un ritmo e un’intensità che solo la vita vera sa trasmettere. Perla assoluta la scelta sonora che accompagna il climax finale verso quella che dovrà essere la cattura dei tonni: come in un girone dantesco l’uomo diventa figura mitica e il rituale diventa un valore assoluto, tanto da rendere inutile la conclusione più scontata.

In ultimo, due parole sul titolo, che il regista stesso commenta come un’immagine che, sempre più persistente, si è insinuata nella sua mente nel rivedere le immagini durante il montaggio: il ragno (tessitore di reti) che ha il presagio (per definizione cattivo) di una rete vuota, di una pesca inutile, di una cattura impossibile.

09/10/2015
Sara Galignano

CinemAmbiente 2015

Il presagio del ragno” in concorso a CinemAmbiente 2015
il più importante festival cinematografico europeo dedicato all’ambiente.

Torino, Cinema Massimo, 7 ottobre, ore 20:15
ingresso libero

cinemambiente-2015

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